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L’ANAC ha rivisto i prezzi di riferimento per i servizi di ristorazione in ambito sanitario. A spingerla, si presume, il galoppo inflazionistico. Il risultato? Un timido +1,69%. Un ritocco che somiglia più a una carezza che a un adeguamento, specie se si considera che, nel frattempo, i costi veri sono saliti ben oltre la soglia dell’indifferenza.
Le associazioni di categoria, giustamente, alzano il sopracciglio. Contestano l’indice ISTAT NIC utilizzato dall’Autorità: troppo distante dalla realtà delle cucine, troppo generico per raccontare la fatica di chi, ogni giorno, serve pasti in corsia. Chiedono da tempo l’adozione dell’indice FOI, che almeno qualche traccia delle spese effettive la lascia.
Non è questione di lana caprina: i prezzi di riferimento servono a scrivere i capitolati e a regolare le gare. E la norma è chiara: se il prezzo di un servizio supera del 20% quello indicato, la ASL può rinegoziare o – in caso di stallo – tagliare il contratto senza colpo ferire. Alla faccia della stabilità.
L’allegato A della delibera elenca, con la consueta precisione burocratica, tipi di pasto, utenti, e combinazioni del servizio. Ma la sostanza non cambia: si continua a giocare a ribasso, con strumenti opachi e riferimenti appannati. E intanto, chi deve garantire qualità e dignità ai pasti nei reparti, combatte a mani nude contro una realtà che il legislatore finge di non vedere.

Qui l’allegato A

Qui la guida perativa per il calcolo dei prezzi di riferimento

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