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I numeri dell’Istat parlano chiaro. Dal 2019 al 2025 i prezzi alimentari sono cresciuti del 30%, con una corsa che tra il 2021 e il 2023 ha assunto i contorni di un’emergenza. Un terzo in più in cinque anni significa che il pane, la pasta, la frutta costano ormai molto più di quanto le famiglie e lo Stato siano disposti – o possano – pagare.
In mezzo a questa impennata si trova la ristorazione collettiva. Non un settore qualunque, ma quello che garantisce i pasti quotidiani a scuole, ospedali, aziende e comunità. È un servizio pubblico essenziale, eppure oggi è in forte squilibrio. L’aumento delle materie prime e dell’energia, sommato al maggior costo del lavoro previsto dal nuovo CCNL, grava su un comparto che non dispone di strumenti di difesa.
Il nodo è il Codice degli Appalti. Le regole attuali non consentono un adeguamento realistico dei contratti pubblici ai costi effettivi di produzione. Il risultato è che le imprese sono chiamate a garantire continuità e qualità dei servizi senza i mezzi economici per farlo. Non si tratta di un problema marginale, ma di una contraddizione che mina la sostenibilità stessa del sistema.
ANIR Confindustria denuncia da tempo questa stortura e chiede che la revisione dei prezzi diventi obbligatoria, automatica e ordinaria, collegata agli indici dei consumi e applicata in modo uniforme. Non per privilegio, ma per necessità. Perché senza equilibrio contrattuale non c’è servizio che possa reggere.
Il confronto in corso al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con il viceministro Edoardo Rixi, potrà forse introdurre i correttivi necessari. Ma il tempo gioca contro: ogni mese che passa erode la tenuta di un settore che occupa decine di migliaia di persone e che sostiene, silenziosamente, una parte del welfare del Paese.
La situazione, in fondo, si riassume in una verità semplice: non si possono chiedere servizi pubblici di qualità a costo invariato, mentre i prezzi corrono senza freni. È un’illusione che dura poco e presenta il conto. Sempre.

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