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In due anni i negozi attivi all’ombra della Madonnina sono calati da 50.500 a 46.300: nel 2025 si registrano 2.425 chiusure contro 725 aperture. Il retail si polarizza tra lusso e low cost, ma la ristorazione tiene e sperimenta. Chiudono pasticcerie storiche, aprono hotel di lusso e format food innovativi

Cinque serrande al giorno che si abbassano e non si rialzano più. I dati della Camera di Commercio di Milano raccontano una trasformazione profonda: in due anni i negozi attivi sono calati da 50.500 a 46.300. Nel 2025 si sono registrate 2.425 chiusure contro 725 aperture. Milano non sta semplicemente perdendo negozi: sta cambiando funzione, come sintetizza Sara Damasceni di Dama Re. La progressiva ridefinizione del tessuto urbano porta meno servizi di prossimità e più spazi orientati a un pubblico internazionale, professionale e alto spendente.

Il mercato si polarizza: sopra il lusso, sotto il low cost, nel mezzo sempre meno. Avanza Action in via Lorenteggio, discount olandese da mille metri quadri. In via Spadari apre Eccellenze di Esselunga proprio davanti allo storico Peck. Avanzano gli hotel: Casa Baglioni dietro la Scala, Rocco Forte in via Senato, Rosewood in Borgonuovo, Six Senses in Brera. Secondo Francesca Cattagni di Savills, il commercio si sposa con le nuove destinazioni iconiche e i canoni generati dal retail sono difficilmente superabili.

Le perdite si sentono. Ai Navigli lasciano la pasticceria De’ Cherubini e il fiorista Fratelli Monzani. Chiude il ferramenta Galasso in via Bronzetti, la panetteria Bollani in via Sarpi, la libreria Hoepli. Nel food cadono insegne storiche — Boeucc, il Cerchio, Boccon di Vino — e i margini vengono compressi da affitti e bollette.

Eppure la ristorazione regge e sperimenta. In corso Como arriva Lazzati, il baretto di Pino Scalise (Bullona, Gattopardo). In zona Solferino rilancia l’enoteca Cotti (1952) e spopola il wine bar I Dilettanti. In via Spadari il caffè ex Passerini Caffe Hugo rinato grazie all’imprenditore Pierluigi Milani. La città minuta si trasforma. Un’insegna alla volta.

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